Stefano Baroni

Sii te stesso –  trova il tuo suono

Sento che in me, come probabilmente in molti, convivono due forze contrastanti. Una delle due mi spinge in avanti, sostenendomi nel mio percorso di vita personale e professionale, mi da forza nei momenti di stanchezza perché mi aiuta a visualizzare un obiettivo apprezzando nel contempo il presente, mi consente di rimanere centrato e concentrato. L’altra invece mi butta a terra spingendomi ad evidenziare ciò che mi manca senza però far seguire un’azione concreta di crescita, una forza cieca che porta la mia mente a paragonarmi con gli altri e a trovare inesorabilmente in me stesso mancanze e lacune che sembrano incolmabili.

Queste riflessioni mi hanno portato a ricordare un aneddoto che mi è stato raccontato dal bandoneonista e pianista jazz Daniele Di Bonaventura durante il pranzo di Ferragosto del Time in Jazz 2019; è stato un racconto passato forse inosservato ai più nel fluire delle portate, delle risate, della musica e del vino di quel caldo ferragosto al pranzo Berchiddese ma che mi ha fatto risuonare con forza e mi ha stimolato a ridimensionare quella forza che mi porta a mettere in dubbio il mio valore rivalutando in termini di “unicità” quello che prima chiamavo “difetto”.

Daniele ha raccontato che quando, avendo già un background da pianista classico e jazz alle spalle, ha iniziato a cercare uno strumento che meglio esprimesse il suo “sentire musicale”, dopo varie peripezie è arrivato al bandoneon.

Il bandoneon è uno strumento complesso con un suono che ti entra dentro, uno strumento vicino alla voce umana, con un mantice che si riempie e si svuota d’aria come i nostri polmoni e che può emettere suoni in entrambe le fasi. Inventato in Germania per accompagnare le funzioni religiose e poi portato dagli emigranti in Argentina, il bandoneon è diventato strumento fondante del tango, spiritualità e sensualità insieme, un universo.

Ciò che la maggior parte delle persone avrebbe fatto prendendo in mano un nuovo strumento sarebbe stato probabilmente cercare un maestro per imparare la tecnica ed il linguaggio. Daniele no, ha deciso di fare tutto da solo, di cercare il Suo Suono senza farsi condizionare dai canoni stilistici del genere che quello strumento oramai rappresenta. Qualche anno dopo in una bottega di un costruttore di bandoneon in Argentina Daniele andò a provare quello che poi sarebbe diventato il suo strumento, un magnifico esemplare della prima metà del 900. Il proprietario del negozio, costruttore e musicista, nel sentire Daniele suonare fece una smorfia dicendogli di non aver mai sentito nessuno suonare il bandoneon in maniera così “strana”. Probabilmente in molti si sarebbero sentiti offesi di fronte ad un’affermazione simile ma Daniele racconta che invece quelle parole per lui furono la conferma che la sua ricerca di un suono e di un playing originale stava dando i suoi frutti e furono di stimolo per continuare nella direzione scelta. Daniele oggi è un bandoneonista affermato, il suo suono è riconoscibile e il suo percorso coraggioso di ricerca personale si è dimostrato vincente.

Credo che sia evidente a tutti che i musicisti che sono passati alla storia sono quelli che hanno reso talmente personale il proprio suono da renderli immediatamente riconoscibili dopo poche note (da Django Reinhardt ai Pink Floyd, da Keith Jarrett a Jimi Hendrix, solo per citarne alcuni).

Questo principio di unicità può essere portato ad ogni settore della società, basti pensare a grandi personaggi come Gandhi o Martin Kuther King o ad alcune grandi aziende che hanno rivoluzionato i mercati.

Ringrazio Daniele, quel racconto è rimasto impresso nella mia mente aiutandomi a tornare ad una ricerca musicale più consapevole e ad estrapolare le strategie e le metafore che sviluppo in questo processo portarndole anche in altri ambiti della mia vita.

Parafrasando una parte del chorus di “Englishman in New York” di Sting:

“Be yourself, no matter what they (the destructive thoughts in your mind) say”.

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